Il d.lgs. n. 231/2001 disciplina la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato.

Il problema che si è posto sia in dottrina sia in giurisprudenza è quello di stabilire se si tratti di una responsabilità amministrativa solo nella forma o anche nella sostanza: se cioè la responsabilità, nominalmente amministrativa, nasconda in effetti una natura sostanzialmente penale. In questo senso valgono le considerazioni della Relazione che accompagna la normativa in esame quando descrivono un sistema che coniuga i tratti dell’ordinamento penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficienza preventiva con quelle della massima garanzia. Anche in giurisprudenza si mette in evidenza questo dato: la Corte di Cassazione (Cass. Pen., 20 dicembre 2005, n. 3615), ad esempio, ha affermato che la responsabilità, solo nominalmente amministrativa, dissimula la sua natura sostanzialmente penale. Va peraltro considerato che, secondo la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, per qualificare come penale una disciplina non si deve adottare una visione formale e puramente nominalistica, bensì si deve guardare agli effetti sostanziali che essa produce, mettendo l’accento su alcuni indicatori quali lo scopo delle sanzioni adottate e l’afflittività e le modalità di esecuzione delle stesse (Corte Edu 4 marzo 2014, ric. n. 18640/10, Trib. Torino, sent. 10 gennaio 2013).

Le possibili qualificazioni della responsabilità a carico dell’ente che nasce dal d.lgs. n. 231/2001 sono in realtà tre: amministrativa, penale e autonoma, nel senso di costituire un terzo genere. In quest’ultimo caso la responsabilità dipendente da reato si presenta come un sottosistema del diritto penale a cui si ispira e da cui trae i principi, le garanzie e i presidi, ma che non si riconosce completamente in esso restando fedele ad alcuni tratti caratterizzanti la responsabilità amministrativa, quali la disciplina della prescrizione e delle vicende modificative dell’ente e l’assenza di una disposizione afferente alla sospensione dell’esecuzione della sanzione.

La giurisprudenza, dopo una prima fase in cui è rimasta tendenzialmente conforme al dato testuale della legge, preoccupandosi più di questioni specifiche che di profili sistematici, ha assunto posizioni non univoche sulla natura della responsabilità, talvolta ribadendo la natura amministrativa, al fine di evitare conflitti di natura costituzionale con il principio personalistico dell’imputazione penale (art. 27 Cost.) (v., ad esempio, Corte di Assise di Torino, sent. 15 aprile 2011. Più in generale, a favore della natura amministrativa della responsabilità si veda, tra l’altro, Cass. Pen., Sez. Un., 23 giugno 2011, n. 34476; Cass. Pen., Sez. VI, 25 gennaio 2013, n. 21192; Cass. Pen., Sez. Un., 30 gennaio 2014, n. 10561); altre volte sottolineando la natura sostanzialmente penale (Cass. Pen., Sez. Un., 27 marzo 2008, n. 26654) o di tertium genus (Cass. Pen., Sez. VI, 18 febbraio 2010, n. 27735; Cass. Pen., Sez. VI, 9 luglio 2009, n. 36083). Quest’ultima tesi è oggi maggiormente seguita da dottrina e giurisprudenza.

Vale la pena di richiamare la recente pronuncia della Cassazione, Sezioni Unite Penali, del 18 settembre 2014, n. 38343, che fa il punto sullo stato attuale del dibattito e sulle soluzioni proposte.

Si legge in questa sentenza che il d.lgs. n. 231/2001 costituisce un corpus normativo di peculiare impronta, un tertium genus, parte del più ampio e variegato sistema punitivo; che ha evidenti regioni di contiguità con l’ordinamento penale per via, soprattutto, delle connessione con la commissione di un reato della severità dell’apparato sanzionatorio, delle modalità processuali del suo accertamento. Si è dunque in presenza di una forma nuova di colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale.

Da questa premessa, le Sezioni Unite traggono il convincimento che, quale che sia l’etichetta che si voglia imporre su tale assetto normativo, è doveroso interrogarsi sulla compatibilità della disciplina legale con i principi costituzionali dell’ordinamento penale. La conclusione è nel senso che il sistema delineato con il d.lgs. n. 231/2001 non è in alcun modo in contrasto con i principi della Costituzione (nello stesso senso v. già Cass. Pen., Sez. VI, 18 febbraio 2010, n. 27735).

Ritiene la Cassazione che non sia violato il principio della responsabilità per fatto proprio: «il reato commesso dal soggetto inserito nella compagine dell’ente, in vista del perseguimento dell’interesse o del vantaggio di questo, è sicuramente qualificabile come ‘proprio’ anche della persona giuridica, e ciò in forza del rapporto di immedesimazione organica che lega la prima alla seconda: la persona fisica che opera nell’ambito delle sue competenze societarie, nell’interesse dell’ente, agisce come organo e non come soggetto da questo distinto; né la degenerazione di tale attività funzionale in illecito penale è di ostacolo all’immedesimazione» (in questo senso v. anche Cass. Pen., Sez. VI, 18 febbraio 2010 n. 27735, cit.).

Neppure può dirsi che sia violato il principio di colpevolezza, purché questo principio venga considerato alla stregua delle peculiarità della materia: «qui il rimprovero riguarda l’ente e non il soggetto che per esso ha agito: sarebbe dunque vano e fuorviante andare alla ricerca del coefficiente psicologico della condotta invocato dal ricorrente; ciò tanto più quando l’illecito presupposto sia colposo giacché, come si è già avuto occasione di rimarcare, la colpa presenta essa stessa connotati squisitamente normativi che ne segnano il disvalore».

Questo passaggio è di fondamentale importanza per comprendere l’intero impianto normativo del d.lgs. n. 231/2001.

La responsabilità dell’ente da reato è fondata sull’accertamento della «colpa da organizzazione» che ha un connotato squisitamente normativo. Si deve considerare che il legislatore ha inteso imporre a tali organismi l’obbligo di adottare le cautele necessarie a prevenire la commissione di alcuni reati, adottando iniziative di carattere organizzativo e gestionale. Tali accorgimenti vanno consacrati in un documento, un modello organizzativo che individua i rischi e delinea le misure atte a contrastarli. Non aver ottemperato a tale obbligo fonda il rimprovero, la colpa d’organizzazione.

Oggetto della valutazione del giudice è dunque, in concreto, «l’apparato normativo prodotto in ambito aziendale», e cioè il Modello Organizzativo, e in questo sta la peculiarità del giudizio introdotto con il d.lgs. n. 231/2001: non si accerta una condotta umana, ma il frutto di questa condotta tradotta in norme di organizzazione e in procedure aziendali». Il compito del giudice si sostanzia in una valutazione del Modello concretamente adottato dall’azienda, in un’ottica di conformità/adeguatezza del modello stesso rispetto agli scopi che esso si propone di raggiungere (Cass. Pen., 30 gennaio 2014, n. 4677 – vicenda “Impregilo”) (v. voce MODELLI ORGANIZZATIVI).

Nel complesso, sebbene si sia in presenza di un’architettura normativa complessa e per certi profili farraginosa, si coglie una fisionomia ben definita del sistema che ne viene fuori: con il d.lgs. n. 231/2001 si è introdotto nel nostro ordinamento per la prima volta uno specifico e innovativo sistema punitivo per gli enti collettivi, dotato di apposite regole quanto alla struttura dell’illecito, all’apparato sanzionatorio, alla responsabilità patrimoniale, alle vicende modificative dell’ente, al procedimento di cognizione, a quello di esecuzione, il tutto finalizzato ad integrare un efficace strumento di controllo sociale (Corte di Assise di Torino, sent. 15 aprile 2011).

«Il sistema sanzionatorio proposto dal d.lgs. 231 fuoriesce dagli schemi tradizionali del diritto penale – per così dire – ‘nucleare’, incentrati sulla distinzione tra pene e misure di sicurezza, tra pene principali e pene accessorie, ed è rapportato alle nuove costanti criminologiche delineate nel citato decreto. Il sistema è ‘sfaccettato’, legittima distinzioni soltanto sul piano contenutistico, nel senso che rivela uno stretto rapporto funzionale tra la responsabilità accertata e la sanzione da applicare, opera certamente sul piano della deterrenza e persegue una massiccia finalità special-preventiva» (Cass. Pen., Sez. Un., 2 luglio 2008, n. 26654).