L’impianto del d.lgs. n. 231/2001 è pensato per contrastare i fenomeni di illegalità di impresa e per creare una cultura della legalità di impresa.

L’intera disciplina della responsabilità degli enti va letta nell’ottica di una funzione di prevenzione speciale che si rivolge alla logica imprenditoriale. Il legislatore muove dal presupposto che le scelte d’impresa, anche quando si tratti di optare tra una condotta lecita e un’alternativa illecita, siano fatte da un imprenditore razionale, e quindi sulla base di un’analisi costi-benefici; si tratta dunque di rendere la condotta illecita meno conveniente di quella lecita (Trib. Cagliari, sent. 13 luglio 2011).

Il d.lgs. n. 231/2001 nasce come strumento di lotta alla corruzione in attuazione dell’art. 2 della Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione del 1997. Merita di essere segnalato che oggi, in virtù dell’approvazione della legge n. 190/2012 che intende contrastare la corruzione nella P.A., la vocazione originaria del d.lgs. n. 231/2001 come strumento idoneo a tale obiettivo torna ad assumere un rilievo primario: dopo circa un decennio la disciplina 231 ha rappresentato infatti una fonte d’ispirazione per l’introduzione di misure di prevenzione del rischio di corruzione direttamente all’interno della stessa pubblica amministrazione.

Nella sua versione originaria, il decreto si limitava a prevedere la responsabilità dell’ente, per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio, con riguardo a poche ipotesi delittuose: la malversazione a danno dello Stato; l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato; la truffa a danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche; la frode informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico ed ancora la concussione e la corruzione (artt. 24 e 25).

Rispetto al nucleo ristretto, nel tempo il catalogo dei reati si è progressivamente ampliato, al punto da avere oggi un ambito di applicazione oggettivo tale da rendere obiettivamente molto difficile e onerosa per le imprese la compliance al d.lgs. n. 231/2001. Questo profilo è tra i più critici dell’attuale normativa. Estendere progressivamente l’operatività della legge a reati fortemente eterogenei, di natura colposa e dolosa, ha reso infatti per le imprese estremamente complesso adottare le misure organizzative idonee a scongiurare i rischi di reato, tanto più che il risk assessment che precede l’adozione dei modelli organizzativi non si è dimostrato in concreto sufficiente a scongiurare le condanne delle imprese.

Resta fermo che l’elencazione dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti è tassativa e, dunque, non è suscettibile di integrazione attraverso la contestazione di reati simili o della artificiosa frammentazione di elementi costitutivi del delitto (Trib. Milano, ord. 3 novembre 2010).

L’articolo 5 del d.lgs. n. 231/2001 individua il presupposto oggettivo della responsabilità amministrativa dell’ente nella commissione di un reato compreso nell’elenco e il requisito soggettivo nella qualifica rivestita dall’autore dell’illecito. Affinché possa sorgere responsabilità in capo all’ente è, altresì, necessario che la condotta illecita sia finalizzata al conseguimento dell’interesse o vantaggio dell’ente (v. voce INTERESSE E VANTAGGIO).

La responsabilità amministrativa da reato si fonda dunque: sulla realizzazione di uno dei reati ricompresi nell’elenco contenuto nel d.lgs. n. 231/2001 nella sua formulazione originaria e nelle successive integrazioni anche con leggi speciali; sulla commissione del reato-base di un soggetto incardinato nell’ente, nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso (Cass. Pen., Sez. VI, 30 settembre 2010 n. 42701).

I reati previsti come presupposto per la responsabilità dell’ente hanno sia natura dolosa sia colposa.

La necessità che la condotta sia realizzata nell’interesse o a vantaggio dell’ente ha indotto a lungo la dottrina ad affermare che la disciplina del d.lgs. n. 231/2001 mira a prevenire la commissione di un reato doloso, in quanto per agire nell’interesse di qualcuno o a vantaggio di questi occorre una condotta intenzionale.

La gravità e l’attualità della problematica della sicurezza sul lavoro ha però poi spinto nel 2007 il legislatore a includere i reati colposi tra le ipotesi di reato per le quali l’impresa può rispondere secondo il modello di responsabilità del d.lgs. n. 231/2001 (art. 25-septies) (v. voce REATI CONTRO LA SALUTE E LA SICUREZZA SUL LAVORO).

A tutt’oggi dunque i reati presupposto sono in maggioranza di natura dolosa, ma le tipologie di reati colposi contemplate sono rilevanti, attenendo oltre che ai reati commessi in violazione alla normativa sulla sicurezza sul lavoro, ad alcuni reati ambientali e ad alcuni reati societari.

Questa estensione della responsabilità penale-amministrativa dell’impresa solleva, sul piano giuridico, la questione della compatibilità tra reati colposi e presupposti della responsabilità dell’ente ex decreto 231. La giurisprudenza sul punto ha affermato che quando un soggetto pone in essere, con negligenza, imprudenza, imperizia (oppure con inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e discipline), una condotta illecita, l’ente è comunque responsabile se l’autore del reato ha agito nell’interesse o a vantaggio di questi.

Si ritiene che vi sia assoluta compatibilità tra il requisito dell’interesse o vantaggio e la struttura dell’illecito introdotto con l’art. 25-septies: «dovendosi di volta in volta accertare solo se la condotta che ha determinato l’evento, la morte o le lesioni personali, sia stata o meno determinata da scelte rientranti oggettivamente nella sfera di interesse dell’ente oppure se la condotta medesima abbia comportato almeno un beneficio a quest’ultimo senza apparenti interessi esclusivi di altri» (Trib. Trani, Sez. Molfetta, sent. 11 gennaio 2010 – su cui v. ASSONIME, Il Caso, n. 3/2010, «Sicurezza sul lavoro e specificità del modello organizzativo 231»).

Nei reati colposi di evento, il criterio di collegamento tra ente e illecito – definito in termini di interesse o vantaggio – deve essere rapportato non all’evento delittuoso, bensì alla condotta posta in essere in violazione di regole cautelari.

Chiarisce la giurisprudenza, a proposito dei reati connessi alla sicurezza sul lavoro, che il vantaggio dell’ente può essere individuato «nel risparmio dei costi di gestione ottenuto attraverso la violazione di regole cautelari», mentre l’evento lesivo (morte o lesioni del lavoratore), in sé considerato controproducente per l’ente, deve essere ascritto all’ente per il fatto stesso di derivare dalla violazione di regole cautelari. (Corte Ass. di Torino, sent. 15 aprile 2011; Trib. Novara, sent. 1 ottobre 2010; Trib. Camerino, ord. 9 aprile 2013).

Tale soluzione non presenta incongruenze ad avviso della giurisprudenza: è ben possibile che l’agente violi consapevolmente la cautela, o addirittura preveda l’evento che ne può derivare, pur senza volerlo, per corrispondere ad istanze funzionali a strategie dell’ente. A maggior ragione vi è perfetta compatibilità tra inosservanza della prescrizione cautelare ed esito vantaggioso per l’ente (Cass. Pen., Sez. Un., 18 settembre 2014, n. 38343).

Anche alcuni reati ambientali a cui si collega la responsabilità dell’ente hanno natura colposa. La varietà dei reati presupposto in materia ambientale consente di distinguere le ipotesi in cui l’evento dannoso o pericoloso è il risultato di un comportamento frutto di un’occasionale negligenza oppure di un’intenzionale condotta da parte di un’impresa che, nell’esercizio della sua attività, sia consapevole di incorrere in un reato ambientale (v. voce REATI AMBIENTALI).

L’estensione del d.lgs. n. 231/2001 ai reati ambientali operata nel 2011 ha rilievo sistematico poiché, per la prima volta, sono stati introdotti nell’elenco dei reati presupposto ipotesi di reati colposi di pericolo.

Si contrappone cioè un modello di reati di evento a un modello di reati di pericolo. La differenza tra l’una e l’altra ipotesi è rilevante sul piano delle conseguenze, dal momento che si è adottata una tecnica di tutela anticipata che punisce la condotta in quanto astrattamente pericolosa, prescindendo dall’offesa ad un concreto bene giuridico. Il pericolo può essere astratto, come nelle ipotesi dei reati di aggiotaggio o presunto, come in caso di reati ambientali.

Con riguardo alla possibilità di procedere alla confisca del profitto nei reati colposi (v. voce CONFISCA) la giurisprudenza ha chiarito che non vi è ragione per escludere l’applicazione della confisca obbligatoria per i reati colposi poiché il profitto è collegato dalla legge alla condotta e la condotta può ben essere orientata a un profitto anche nei reati colposi (Corte Ass. d’Appello di Torino, sent. 28 febbraio 2013).

Sul punto, per una completa e approfondita disamina, si rinvia alle voci: REATI AMBIENTALI; REATI CONTRO LA SALUTE E LA SICUREZZA SUL LAVORO; REATI SOCIETARI.