L’art. 5, comma 1, d.lgs. n. 231/2001, dispone che «l’ente è responsabile per i reati commessi», qualora questi siano compiuti (dal soggetto agente ovvero dai soggetti agenti) «nel suo interesse o a suo vantaggio».

Stabilire i confini entro i quali opera la formula «interesse o vantaggio» è importante, in quanto incide direttamente sull’estensione dell’area di responsabilità del soggetto collettivo.

La giurisprudenza di legittimità ha assunto un orientamento consolidato nel senso di ritenere che la formula normativa «nel suo interesse o a suo vantaggio» non contenga un’endiadi sintomatica di un criterio unitario di attribuzione della responsabilità da reato quanto, piuttosto, un criterio alternativo. I due concetti, interesse e vantaggio, devono essere tenuti tra loro distinti e separati, operando alternativamente l’uno con l’altro (in questo senso, si vedano, tra le tante, Cass. Pen., Sez. II, 20 dicembre 2005, n. 3615; Cass. Pen., Sez. II, 27 marzo 2009, n. 13678; Cass. Pen., Sez. Un., 24 aprile 2014, n. 38343).

Questa interpretazione (c.d. «alternativa») ha sostituito la più risalente impostazione (c.d. «monistica»), che intendeva la formula normativa in esame come una mera endiadi, tanto da porre come parametro di riferimento il solo e unico concetto di «interesse». La tesi monistica ha trovato fondamento: (i) nella previsione dell’art. 5, comma 2, che, escludendo in maniera decisa la responsabilità dell’ente in presenza di un interesse esclusivo dell’agente o di terzi, renderebbe irrilevante la presenza di un «vantaggio» conseguito dal soggetto collettivo, di per sé non sufficiente a fondarne la responsabilità; (ii) nella previsione dell’art. 25-ter, comma 1, che fa menzione del solo criterio dell’interesse (v. voce REATI SOCIETARI).

Diversamente, l’interpretazione alternativa, oltre che sostenuta dal dato letterale della separativa «o», nonché dal contenuto della Relazione governativa al d.lgs. n. 231/2001, prende le mosse dalla diversità di significato dei due parametri (interesse e vantaggio). In particolare, secondo quanto indicato nella Relazione, l’interesse, da valutarsi «ex ante», è riferito alla sfera psicologica dell’agente, quale intenzione di portare del beneficio anche all’ente. Il vantaggio, valutato «ex post», è più legato alla sfera materiale, poiché coincidente con quanto oggettivamente conseguito per effetto della commissione del reato (cfr. la Relazione governativa al d.lgs. n. 231/2001).

In altre parole, il legislatore delegato ha ritenuto sussistere una distinzione concettuale tra i due criteri: da un lato, l’interesse, che dovrebbe essere inteso in senso soggettivo; dall’altro, il vantaggio, che richiamerebbe un dato di natura principalmente oggettiva.

Recenti evoluzioni giurisprudenziali hanno però sviluppato alcuni profili della tesi alternativa. All’esito di tale evoluzione, è interessante comprendere quale sia, oggi, il reale significato che è attribuito al criterio d’imputazione dell’interesse e quale funzione residui per il concetto di vantaggio.

Quanto alla prima questione, tende oggi a prevalere l’orientamento secondo cui l’interesse è da intendersi non più in senso soggettivo (e, quindi, non più come un qualcosa che attiene alla sfera psicologica dell’autore del reato-presupposto), bensì in senso oggettivo, ossia come un qualcosa che attiene alla condotta del reo e a questa è intimamente legato (Cass. Pen., Sez. V, 4 marzo 2014, n. 10265).

Ciò implica che, affinché si configuri la responsabilità dell’ente, la legge non richiede necessariamente la prova che l’autore del reato abbia voluto realizzare un interesse concorrente con quello del soggetto collettivo o che comunque sia stato consapevole di realizzarlo attraverso la sua condotta. Più chiaramente, secondo la Suprema Corte, è irrilevante che l’agente, nel realizzare la propria azione criminosa, abbia voluto effettivamente conseguire, oltre al proprio (e autonomo) interesse, anche quello del soggetto collettivo, essendo sufficiente dimostrare, al fine di fondare la responsabilità dell’ente, che la condotta del reo – valutata «ex ante» – potesse, anche astrattamente (e, dunque, indipendentemente da qualsivoglia indagine sul versante della volontà), realizzare un interesse coincidente con quello dello stesso ente.

Su tale linea interpretativa è intervenuta in una recentissima sentenza la Suprema Corte (Cass. Pen., Sez. II, 9 gennaio 2018, n. 295), secondo la quale, atteso che la legge non richiede espressamente che l’autore del reato debba perseguire l’interesse dell’ente né che sia consapevole “di realizzare tale interesse attraverso la propria condotta”, è pertanto sufficiente che, ai fini della responsabilità dell’ente, la condotta dell’autore del reato “tenda oggettivamente e concretamente a realizzare nella prospettiva del soggetto collettivo, anche l’interesse del medesimo”. Alla luce di tali considerazioni, la Corte ha delineato che tra le possibili condotte dell’agente poste in essere nell’interesse dell’ente rientrino “tutte quelle condotte che trovano una spiegazione ed una causa nella vita societaria”.

La lettura combinata delle disposizioni contenute negli artt. 12, comma 1, e 13, comma 3, d.lgs. n. 231/2001, rivelano che il reato-presupposto può essere funzionale anche al soddisfacimento di un interesse «misto», cioè relativo a una pluralità di soggetti. Le due norme stabiliscono, infatti, la diminuzione delle sanzioni pecuniarie e l’inapplicabilità di quelle interdittive quando l’illecito è commesso nel «prevalente interesse» del suo autore o di terzi e l’ente non ne abbia ricavato alcun vantaggio ovvero ne abbia ricavato un «vantaggio minimo». L’utilizzo del termine «prevalente», quindi, porta a ritenere che l’ente possa essere ritenuto responsabile nell’ulteriore ipotesi in cui ha avuto un interesse, «anche» solo concorrente, con quello dell’agente, alla commissione del reato-presupposto (Cass. Pen. Sez. VI, 22 maggio 2013, n. 24557). Ciò si verifica quando la condotta dell’autore del reato tende oggettivamente e concretamente a realizzare, nella prospettiva del soggetto collettivo, «anche» l’interesse del medesimo (Cass. Pen., Sez. V, 26 aprile 2012, n. 40380).

La questione relativa al ruolo assunto dal criterio del vantaggio nel giudizio di responsabilità dell’ente nasce dal fatto che se è vero che l’interesse o il vantaggio devono ritenersi criteri tra loro alternativi, la sussistenza anche del solo requisito del vantaggio dovrebbe essere sufficiente a fondare la responsabilità dell’ente. Tuttavia, questa tesi incontra un limite nella previsione dello stesso art. 5, comma 2, del decreto in base alla quale l’ente non risponde se il reato sia stato commesso nell’esclusivo interesse dell’autore dello stesso. Da tale disposizione si ricava che un interesse almeno concorrente dell’ente debba sempre sussistere per affermarne la responsabilità.

L’unica chiave di lettura che consenta di attribuire al criterio del vantaggio un’autonoma rilevanza, appare dunque quella processualistica, secondo cui la responsabilità dell’ente sussisterà anche quando non sia possibile provare l’effettivo interesse vantato «ex ante» alla commissione del reato-presupposto, ma sia solo provato – mediante giudizio «ex post», sulla condotta del reo – che lo stesso soggetto collettivo abbia ricavato un vantaggio (cfr., Cass. Pen., Sez. V, 4 marzo 2014, n. 10265).

Inoltre, quando sussiste il requisito del vantaggio, spetta all’accusa l’onere di dimostrare che il reato è stato commesso almeno nell’interesse concorrente dell’ente. Questa condizione diversamente si presume quando l’ente abbia conseguito un vantaggio. In tal caso spetterà all’ente stesso dover provare che il reato è stato commesso nell’interesse esclusivo dell’autore dell’illecito o di un terzo.

Conforme a quanto sopra argomentato è anche una importante decisione di merito: «per non lasciare al testo dell’art. 5 una portata criptica […] si deve ritenere che il vantaggio possa essere valorizzato, sul piano processuale, precisamente nella formazione della prova della responsabilità dell’ente, quale elemento apprezzabile ex post ma dimostrativo del suo interesse ex ante e che esso sia destinato a perdere vigore probatorio in presenza della prova positiva di un interesse esclusivo proprio o di terzi presente nella condotta tenuta da parte delle persone indicate nel primo comma» (Trib. Trani, Sez. dist. Molfetta, sent. 11 gennaio 2010 – su cui v. ASSONIME, Il Caso, n. 3/2010, «Sicurezza sul lavoro e specificità del modello 231»).

Recentemente, poi, la Suprema Corte si è spinta fino a fornire importanti chiarificazioni in merito alle possibili forme di interesse e vantaggio dell’ente nella materia in esame. Confermando il consolidato orientamento secondo cui l’interesse e il vantaggio devono essere letti nella prospettiva patrimoniale dell’ente (anche nella forma del risparmio di spesa o di incremento di produttività), la Cassazione ha specificato come possano assumere rilevanza, fra l’altro, le seguenti forme di profitto dinamico collegato a un vantaggio o interesse: (i) possibilità di svolgimento di ulteriori attività imprenditoriali; (ii) assunzione di requisiti per la qualificazione dell’impresa ai fini di partecipazione a gare pubbliche; (iii) incremento del merito creditizio presso gli istituti bancari; (iv) aumento del potere contrattuale nei confronti delle controparti; (v) ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse aziendali (Cass. Pen., Sez. II, 17 marzo 2016, n. 11209).

  1. La compatibilità del binomio «interesse o vantaggio» con i reati colposi

    Con l’inserimento dell’art. 25-septies nella parte speciale del d.lgs. n. 231/2001, che ha esteso la responsabilità dell’ente ai delitti di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si è sollevato, fin da subito, il problema dell’adattabilità a queste figure di reato del criterio d’imputazione in esame.

    Questa questione ora si pone anche per i reati colposi (delitti e contravvenzioni) ambientali, per i quali la responsabilità dell’ente è prevista dall’art. 25-undecies (inserito, nella parte speciale del d.lgs. n. 231/2001, dall’art. 2 del d.lgs. n. 121/2011).

    Nel reato di omicidio colposo commesso in violazione delle norme della tutela della salute e sicurezza del lavoro, la Suprema Corte, in una recente sentenza (Cass. Pen., Sez. IV, 23 febbraio 2016, n. 40033) ha evidenziato che il requisito dell’interesse, da valutarsi ex ante, deve essere legato “agli obiettivi strategici dell’impresa perseguiti” con la consapevolezza della assenza di mezzi tecnici e di adeguata formazione ed esperienza, tale da compromettere la salute dei lavoratori impiegati. Diversamente il vantaggio, deve essere valutato ex post attraverso la dimostrazione di significativi corrispettivi economici riscontrabili tramite l’esame del fatturato.

  2. Compatibilità con i reati colposi in tema di salute e sicurezza sul lavoro (art. 25-septies)

    Sebbene il sistema 231 sia principalmente strutturato sul modello dei reati dolosi, non si devono trarre conclusioni affrettate e ritenere incompatibili i criteri dell’interesse e del vantaggio con i reati aventi natura colposa (v. voce: CATALOGO DEI REATI PRESUPPOSTO: REATI DOLOSI E COLPOSI). Al contrario, occorre effettuare una preliminare distinzione all’interno della categoria dei reati colposi, differenziando due diverse sottocategorie: quella dei reati colposi di «pura condotta» e quella dei reati colposi di «evento» (a cui appartengono le nuove fattispecie introdotte dall’art. 25-septies del d.lgs. n. 231/2001).

    Tra i reati-presupposto non ci sono reati colposi di pura condotta, consistenti nella mera violazione di una regola di diligenza dettata per il sicuro svolgimento di un’attività rischiosa a prescindere dalla produzione di un evento materiale di danno. Tuttavia questa categoria sembra, a livello teorico, perfettamente compatibile con entrambi i criteri di imputazione in esame (interesse e vantaggio). Sarebbe, infatti, facilmente dimostrabile – qualora tali reati fossero previsti tra quelli «presupposto» – che la violazione della norma di diligenza, penalmente sanzionata, sia stata realizzata dall’autore materiale (sia esso dirigente, preposto, lavoratore dipendente, etc.) nell’«interesse o a vantaggio» dell’ente.

    Diverso è, invece, il discorso per quel che concerne la sottocategoria dei delitti colposi di evento, cui devono essere ricondotte le due fattispecie di cui all’art. 25-septies del d.lgs. n. 231/2001 (omicidio colposo e lesioni personali aggravate colpose verificatisi in violazione della normativa in materia di sicurezza sul lavoro) (v. VOCE REATI CONTRO LA SALUTE E LA SICUREZZA SUL LAVORO).

    In questi casi è improbabile che l’evento (ossia, la morte o le lesioni del lavoratore a causa della mancata predisposizione di ponteggi) possa essere realizzato dall’apicale nell’interesse o a vantaggio, oltre che proprio, dell’ente: una società edile, ad esempio, non ha certamente alcun interesse né alcun vantaggio dalla morte o dalle lesioni di un suo lavoratore.

    Tale criticità è stata superata dalla giurisprudenza di merito (Trib. Trani, Sez. dist. Molfetta, sent. 11 gennaio 2010) facendo leva su quanto era stato già previsto nella legge delega (la n. 300/2000), che sosteneva che i principi della parte generale del d.lgs. n. 231/2001, unitamente ai relativi criteri d’imputazione, fossero «geneticamente» destinati a coprire anche l’area dei reati colposi. Segno evidente, questo, del fatto che il legislatore delegante ha ritenuto il criterio dell’interesse o vantaggio del tutto compatibile con la struttura colposa dei reati-presupposto.

    Questo orientamento, poi, ha ritenuto che i criteri di interesse e vantaggio, in rapporto con le fattispecie di cui all’art. 25-septies, dovessero essere letti e accertati in sede processuale non (come imporrebbe la lettera della legge) in relazione all’«evento» morte o lesioni (verificatosi in seguito all’omesso rispetto delle regole cautelari antinfortunistiche), quanto, piuttosto, in relazione alle stesse «condotte» omissive colpose causative dell’evento. Peraltro, un’interpretazione che agganciasse la valutazione della sussistenza dell’interesse e del vantaggio agli «eventi» morte e lesioni, anziché alle prodromiche «condotte» negligenti, non sarebbe stata sostenibile, perché avrebbe finito con il decretare l’irragionevole abrogazione tacita dello stesso art. 25-septies, svilendo così una delle principali novità della riforma della disciplina penale in materia di sicurezza sul lavoro. Secondo tale orientamento, inoltre, l’interesse dovrebbe essere accertato sulla base di un giudizio prognostico ex ante, mentre il vantaggio attraverso un giudizio causale ex post.

    Sulla questione recentemente è intervenuta una pronuncia a Sezioni Unite della Suprema Corte, che ha definitivamente chiarito il ruolo delle fattispecie di cui all’art. 25-septies nel sistema 231 (Cass. Pen., Sez. Un., 18 settembre 2014, n. 38343).

    La Cassazione ha accolto l’interpretazione che ritiene di dover ricollegare, nel caso di reati-presupposto colposi, all’interesse o vantaggio dell’ente, non il reato nel suo insieme (formato da condotta ed evento), ma solo la condotta penalmente rilevante. Tale orientamento – conforme a quello, più risalente, della giurisprudenza di merito sopra richiamata (Trib. Trani, Sez. dist. Molfetta, sent. 11 gennaio 2010; ma si veda, nello stesso senso, anche Trib. Pinerolo, sent. 23 settembre 2010, nonché Trib. Novara, Sez. G.u.p., sent. 1 ottobre 2010) – si fonda, come si è detto, sul fatto che, nel caso di omicidio colposo o lesioni personali colpose in violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, l’evento lesivo (ossia la morte o la lesione) non potrebbe mai rispondere a un interesse o vantaggio dell’ente, e, pertanto, l’art. 25-septies non potrebbe mai trovare applicazione. Per evitare la sostanziale abrogazione di detto articolo non può farsi altro che interpretare «riduttivamente» l’art. 5, proprio nella parte in cui stabilisce che «l’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio».

    E, infatti, la sentenza, a tal riguardo, chiarisce espressamente che «i risultati assurdi, incompatibili con la volontà di un legislatore razionale, cui condurrebbe l’interpretazione letterale della norma [l’art. 25-septies] accredita senza difficoltà l’unica alternativa, possibile lettura: i concetti di interesse e vantaggio, nei reati colposi d’evento, vanno di necessità riferiti alla condotta e non all’esito antigiuridico».

    Un’ interessante sentenza della Cassazione ha statuito che l’interesse e il vantaggio devono essere letti anche nell’ottica patrimoniale dell’ ente (Cass. Pen., Sez. IV, 21 gennaio 2016, n. 2544). In particolare, la Suprema Corte ha chiarito – con specifico riguardo al reato presupposto di omicidio colposo – che tali criteri possono essere certamente integrati anche da un risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione e attuazione di un adeguato Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo, oppure da un incremento economico conseguente all’aumento della produttività o al minor dispendio di tempo, non ostacolati dal pedissequo rispetto delle cautele prevenzionistiche contenute nello stesso Modello

     Tale orientamento è stato confermato da una successiva sentenza della Suprema Corte (Cass. Pen., Sez.IV, 20 settembre 2016, n. 43271) secondo la quale ai fini della configurabilità dell’illecito amministrativo dipendente da reato è necessaria la dimostrazione che “dalla condotta colposa costituente reato sia derivato un incremento in termini di produttività aziendale ovvero un concreto vantaggio per l’impresa consistente in un risparmio di spesa conseguito alla mancata adozione delle misure di prevenzione”.

  3. Compatibilità con i reati colposi ambientali (art. 25-undecies)

    Le considerazioni svolte sull’applicazione delle nozioni di interesse e vantaggio ai reati colposi in tema di salute e sicurezza sul lavoro possono essere utilizzate anche per i reati ambientali.

    Nel sistema delineato dal d.lgs. n. 231/2001 la maggior parte dei reati ambientali previsti sono a carattere colposo, essendo quelli dolosi la minoranza: parimenti a come si è già visto con riguardo ai reati colposi in tema di antinfortunistica, risulta problematica l’individuazione del vantaggio, e soprattutto dell’interesse, quando (come, appunto, avviene nei reati colposi) la realizzazione degli stessi non richiede una specifica volontà da parte di chi li commette, essendo sufficiente la sua negligenza, imprudenza o imperizia.

    E’ necessario, allora, domandarsi dove può riscontrarsi un interesse o un vantaggio per l’azienda nella commissione di reati ambientali colposi. Se risulta, infatti, evidente comprendere quale può essere l’interesse (sotto forma di «vantaggio economico») di un ente collettivo nel traffico illecito di rifiuti (reato doloso, ex art. 260, commi 1 e 2, d.lgs. n. 152/2006), più difficile è immaginare un interesse o un vantaggio derivanti da alcuni reati colposi ambientali, soprattutto quando di natura contravvenzionale, come quelli integrati dalla mancanza di un particolare regime autorizzatorio (art. 25-undecies, d.lgs. n. 231/2001) (v. voce REATI AMBIENTALI).

    La risposta, a tale quesito, ricalca le conclusioni già raggiunte con riguardo ai reati colposi in tema di salute e sicurezza sul lavoro: ossia, l’ente collettivo può aver avuto un interesse o vantaggio concretizzatosi sotto forma di risparmio di risorse economiche: ad esempio, disattendere una procedura amministrativa, dai costi molto elevati, volta al conseguimento di una autorizzazione in ambito ambientale è, certamente, un risparmio (illecito) di spesa per l’ente.

    Inoltre, l’interpretazione che sta prevalendo in giurisprudenza è, come si è detto, nel senso che i criteri di interesse o vantaggio debbono essere riferiti – ugualmente a come si è argomentato con riguardo alle fattispecie colpose di cui all’art. 25-septies – non tanto al reato, inteso come «evento», quanto, piuttosto, alle «condotte» costitutive dello stesso, e cioè alla fase di violazione delle norme: occorre, infatti, «di volta in volta accertare solo se la condotta che ha determinato l’evento […] sia stata o meno determinata da scelte rientranti oggettivamente nella sfera di interesse dell’ente oppure se la condotta medesima abbia comportato almeno un beneficio a quest’ultimo senza apparenti interessi esclusivi di altri» (Trib. Trani, Sez. dist. Molfetta, sent. 11 gennaio 2010 – con riguardo, però, alla sola ipotesi di cui all’art. 25-septies).

    In concreto, dunque, valgono anche per i reati colposi ambientali le osservazioni della giurisprudenza sui reati commessi in violazione delle norme antinfortunistiche: è evidente, infatti, che non può esservi interesse dell’ente a provocare un disastro ambientale né che ciò possa arrecargli vantaggio. Ciononostante, quando la società non organizza l’attività in linea con le prescrizioni di cui al d.lgs. n. 231/2001 accetta, implicitamente, il rischio di incorrere in un reato compreso nel catalogo o, quantomeno, mostra di essere negligente o imprudente.