L’art. 22, d.lgs. n. 231/2001, regola la prescrizione delle sanzioni amministrative previste nel campo della responsabilità degli enti derivante da reato (v. voce SANZIONI PECUNIARIE E INTERDITTIVE) .

Il termine di prescrizione, che è quinquennale, decorre dalla data di consumazione del reato-presupposto. Pertanto, al fine di determinare l’esatto periodo di prescrizione maturato, occorrerà fare riferimento al singolo reato-presupposto, dovendosi, poi, stabilire quando questo potrà dirsi consumato al fine di individuare l’effettivo termine iniziale di prescrizione.

  1. Disciplina della prescrizione

    E’ opportuno rilevare che la prescrizione di cui al d.lgs. n. 231/2001 presenta alcune peculiarità: in primo luogo, essa è nettamente diversa da quella (ordinaria) prevista dal codice penale (artt. 157-161 c.p.), che è relativa al solo reato-presupposto (v. infra); inoltre, e per effetto di quanto previsto dalla legge delega n. 300/2000, trovano applicazione le norme sulla prescrizione civilistica con riferimento al fenomeno dell’interruzione della prescrizione (art. 2943 c.c.) (v. infra); infine, la disciplina ricalca in linea di massima il regime dettato per la prescrizione all’art. 28, legge n. 689/1981 (c.d. legge sulla «depenalizzazione»). A ben vedere, tuttavia, si coglie una differenza anche rispetto al regime dettato dalla legge 689/81 laddove quest’ultima prevede che «il diritto di riscuotere le somme dovute per le violazioni si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata commessa la violazione»; mentre l’art. 22 fa espresso riferimento alla prescrizione della sanzione (pecuniaria, ma anche interdittiva). Ne consegue che mentre nel primo caso si prescrive il diritto di credito dello Stato sulle somme di denaro derivanti dalle sanzioni comminate, nel secondo caso a prescriversi è lo strumento sanzionatorio in sé considerato, che può essere sanzione pecuniaria e interdittiva. Questa distinzione, pur rilevante sul piano dei principi, perde tuttavia rilevanza nell’applicazione pratica ai fini della disciplina prevista dal d. lgs. 231/01, dal momento che una volta prescritta la sanzione pecuniaria viene meno anche l’eventuale diritto di credito dello Stato a riscuotere le somme di denaro.

  2. Interruzione della prescrizione

    Con riguardo all’interruzione della prescrizione, il d.lgs. n. 231/2001 ha introdotto una specifica disciplina. In virtù dell’art. 22, comma 2, la prescrizione viene interrotta in due casi: (i) quando il P.M. richiede l’applicazione di una misura cautelare interdittiva ai sensi dell’art. 45; (ii) quando il P.M. provvede alla contestazione dell’illecito amministrativo ai sensi dell’art. 59.

    Gli effetti derivanti da tali atti interruttivi sono però diversi.

    Nella prima ipotesi, in conseguenza della richiesta di applicazione di una misura cautelare interdittiva, inizierà a decorrere un nuovo periodo di prescrizione, sempre di durata quinquennale, il cui termine iniziale coinciderà con la data dell’evento interruttivo (l’applicazione della misura cautelare interdittiva).

    Nella seconda ipotesi, invece, il nuovo termine di prescrizione non ricomincerà a decorrere dal giorno successivo all’evento individuato dalla legge come fenomeno interruttivo (ossia, dalla contestazione dell’illecito da parte del P.M.), ma soltanto dal momento in cui passerà in giudicato la sentenza che definisce il giudizio. La prescrizione, quindi, a seguito di contestazione ex art. 59, si interrompe finché non passerà in giudicato la sentenza che definisce il giudizio per il reato a cui è collegata la responsabilità amministrativa dell’ente (il reato-presupposto), e, solo da quel momento, comincerà a decorrere di nuovo il termine quinquennale di prescrizione della sanzione amministrativa a esso correlata.

    In una recente pronuncia, poi, la Suprema Corte ha sostenuto che l’art. 22 del d.lgs. n. 231/2001 – nella parte in cui stabilisce che ove «l’interruzione [della prescrizione] è avvenuta mediante la contestazione dell’illecito amministrativo dipendente da reato, la prescrizione non corre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio» – non contrasta con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione (Cass. Pen., Sez. VI, 7 luglio 2016, n. 28299). Infatti, il legislatore è libero di prevedere un regime sulla prescrizione in materia di responsabilità da reato degli enti diverso rispetto a quello vigente in ambito penalistico, soprattutto in virtù del fatto che la responsabilità ai sensi del decreto 231 è un tertium genus rispetto alla tradizionale ripartizione fra responsabilità civile e penale.

  3. Prescrizione del reato-presupposto e prescrizione della sanzione amministrativa da esso dipendente

    Uno dei problemi che si pongono in relazione alla disciplina della prescrizione contenuta nel d.lgs n. 231/2001 è che i termini di prescrizione delle sanzioni amministrative non sempre coincidono con quelli stabiliti per i reati a cui le stesse sanzioni sono collegate.

    Potrebbe accadere, ad esempio, che il reato-presupposto possa estinguersi, per intervenuta prescrizione dello stesso, prima dell’accertamento della responsabilità penale del reo, mentre l’accertamento della responsabilità amministrativa dell’ente debba comunque procedere, sulla scorta di una eventuale interruzione della prescrizione maturata ai sensi dell’art. 22, comma 2. Nell’ipotesi di interruzione conseguente alla contestazione dell’illecito, infatti, il nuovo termine di prescrizione della sanzione amministrativa ricomincerà a decorrere dal passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio sul reato-presupposto (che, nell’ipotesi prospettata, sarà di non luogo a procedere). Ne conseguirà, dunque, l’ipotetica ultrattività del procedimento per l’accertamento della sanzione amministrativa rispetto a quello relativo al reato-presupposto.

    Simili conseguenze dovrebbero, tuttavia, essere impedite da alcune disposizioni contenute dal d.lgs. n. 231/2001 e, in particolare: (i) dall’art. 67, secondo il quale «il giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere nei casi previsti dall’articolo 60 e quando la sanzione è estinta per prescrizione»; (ii) e dall’art. 60, che dispone che «non può procedersi alla contestazione di cui all’art. 59 quando il reato da cui dipende l’illecito amministrativo dell’ente è estinto per prescrizione».

    Da tali disposizioni si ricava che ogni qualvolta la contestazione dell’illecito amministrativo, nei confronti dell’ente, sia stata formulata quando il reato-presupposto era già estinto per prescrizione, ovvero non si sarebbe potuto procedere all’accertamento dell’illecito amministrativo in quanto l’azione penale relativa all’autore del reato-presupposto non poteva essere iniziata o proseguita per mancanza di una condizione di procedibilità (ex art. 4), lo stesso soggetto collettivo beneficerà di una pronuncia di assoluzione dall’imputazione ascrittagli (sentenza di non doversi procedere). Lo stesso accadrebbe qualora sussistesse l’ipotesi di prescrizione della sanzione amministrativa.

    Tuttavia, con particolare riguardo alla previsione dell’articolo 60 del decreto si è posta in giurisprudenza la questione se l’impossibilità del P.M. di contestare l’illecito amministrativo si verifichi solo quando la contestazione all’ente avvenga oltre il termine di prescrizione del reato-presupposto, oppure anche quando il reato-presupposto si sia prescritto successivamente alla contestazione tempestiva all’ente.

    La Corte di Cassazione ha risolto l’interrogativo nel senso che: «l’estinzione per prescrizione del reato impedisce unicamente all’accusa di procedere alla contestazione dell’illecito amministrativo e non impedisce, invece, di portare avanti il procedimento già incardinato» (Cass. Pen., Sez. V, 9 maggio 2013, n. 20060 – su cui v. ASSONIME, Il Caso, n. 4/2013, «Responsabilità amministrativa dell’ente e responsabilità penale dell’autore del reato»).

    Si tratta, quindi, in base a quanto statuito dalla Corte, di un termine finale (di decadenza) per l’esercizio, da parte del P.M., del potere di contestare all’ente l’illecito amministrativo dipendente dal reato, ma non anche di una generale improcedibilità dell’azione già avviata nei confronti dell’ente. Tale conclusione trova conferma, sempre secondo la Corte, proprio nel fatto che la disciplina della prescrizione dell’illecito amministrativo (e dell’interruzione di essa) è diversa e autonoma rispetto a quella della prescrizione del reato-presupposto, nel senso sopra già chiarito, essendo modellata sulla disciplina della prescrizione dettata in ambito civilistico e di quella prevista in materia di sanzioni amministrative ex legge n. 689/1981 (in tal senso, cfr. anche Trib. Bari, ord. 20 febbraio 2012).

    In particolare, la Cassazione osserva che nelle norme del codice civile (artt. 2943 e 2945 c.c.) «la prescrizione è interrotta dall’atto con il quale si inizia un giudizio ed essa, pertanto, non decorre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il procedimento». In applicazione analogica di tale principio, «allorché la connessione con i reati attribuisce al giudice penale la cognizione di un’infrazione amministrativa, il processo che venga regolarmente iniziato […] interrompe la prescrizione dell’illecito punito con sanzione amministrativa fino al passaggio in giudicato della sentenza penale».

    In definitiva, il principio sancito dalla Cassazione è nel senso che l’avvenuta prescrizione del reato determini il venir meno per l’accusa del potere di contestare l’illecito amministrativo all’ente, ma se l’illecito è contestato all’ente prima della compiuta prescrizione del reato, il giudizio può essere proseguito e può anche concludersi con condanna dello stesso.

    Tale conclusione presenta, tuttavia, la criticità di rendere sostanzialmente imprescrittibile l’illecito amministrativo contestato nei termini. A fronte di ciò, sarebbe opportuno prevedere, in una prospettiva di riforma del decreto 231, un regime di prescrizione unico tra il reato-presupposto e la sanzione amministrativa a questo conseguente.