Una delle questioni più controverse nell’ambito della disciplina 231 è quella relativa al rapporto tra la responsabilità dell’ente e la responsabilità dell’autore del reato.

Emerge in modo inequivoco dalla Relazione Ministeriale al d.lgs. n. 231/2001, che l’ente risponde del reato a titolo autonomo di responsabilità.

La giurisprudenza di legittimità ha rilevato come l’illecito amministrativo ascrivibile all’ente non coincide con il reato, ma costituisce «qualcosa di diverso, che addirittura lo ricomprende» (Cass. Pen., Sez. VI, 5 ottobre 2010, n. 2251).

In tale prospettiva, la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 218/2014, ha affermato che il reato, che viene realizzato dai vertici dell’ente, ovvero dai suoi dipendenti, è solo uno degli elementi che formano l’illecito da cui deriva la responsabilità dell’ente, che costituisce una fattispecie complessa, in cui il reato rappresenta il presupposto fondamentale, accanto alla qualifica soggettiva della persona fisica e alla sussistenza dell’interesse o del vantaggio che l’ente deve aver conseguito dalla condotta delittuosa posta in essere dal soggetto apicale o subordinato.

Un profilo rilevante affrontato dalla Cassazione è quello di stabilire se possa configurarsi un’autonoma responsabilità dell’ente anche quando l’imputato sia stato assolto. La Corte afferma che la responsabilità amministrativa delle società, anche se presuppone la commissione di un reato, è autonoma rispetto a quella penale e personale dell’agente. Ne consegue che si può affermare la responsabilità dell’ente in tutte le ipotesi in cui, per la complessità dell’assetto organizzativo interno, non sia possibile ascrivere la responsabilità penale in capo ad un determinato soggetto e, ciò nondimeno, risulti accertata la commissione di un reato (Cass. Pen., 9 maggio 2013, n. 20060 – su cui v. ASSONIME, Il Caso, n. 4/2013, «Responsabilità amministrativa dell’ente e responsabilità penale dell’autore del reato»).

Sul tema, peraltro, la giurisprudenza ha affermato che: «la responsabilità della persona giuridica è aggiuntiva e non sostitutiva di quella delle persone fisiche, che resta regolata dal diritto penale comune. Il criterio d’imputazione del fatto all’ente è la commissione del reato ‘a vantaggio’ o ‘nell’interesse’ del medesimo ente da parte di determinate categorie di soggetti. Vi è, quindi, una convergenza di responsabilità, nel senso che il fatto della persona fisica, cui è riconnessa la responsabilità anche della persona giuridica, deve essere considerato ‘fatto’ di entrambe, per entrambe antigiuridico e colpevole, con l’effetto che l’assoggettamento a sanzione sia della persona fisica che di quella giuridica s’inquadra nel paradigma penalistico della responsabilità concorsuale. Pur se la responsabilità dell’ente ha una sua autonomia, tanto che sussiste anche quando l’autore del reato non è stato identificato o non è imputabile (art. 8), è imprescindibile il suo collegamento alla oggettiva realizzazione del reato, integro in tutti gli elementi strutturali che ne fondano lo specifico disvalore, da parte di un soggetto fisico qualificato» (Cass. Pen., Sez. Un., 2 luglio 2008, n. 26654).

La mancata identificazione della persona fisica che ha commesso il resto è, del resto, un fenomeno tipico nell’ambito della responsabilità d’impresa: anzi esso rientra proprio nel novero delle ipotesi in relazione alle quali più forte si è avvertita l’esigenza di sancire la responsabilità degli enti (nella Relazione viene portato l’esempio dei casi di c.d. imputazione soggettivamente alternativa, in cui il reato risulti senz’altro riconducibile ai vertici dell’ente, dunque a due o più amministratori, ma manchi o sia insufficiente la prova della responsabilità individuale di essi).

Recentemente, la Cassazione – nell’affrontare, nuovamente, il caso di un soggetto imputato per la commissione del reato-presupposto, assolto nelle more del procedimento a carico dell’ente – ha ribadito l’irrilevanza, ai fini del procedimento ex d.lgs. n. 231/2001, della sopravvenuta assoluzione dell’imputato persona fisica (Cass. Pen., Sez. I, 2 settembre 2015, n. 35818). La responsabilità dell’ente, infatti, è da intendersi autonoma e indipendente da quella del soggetto che abbia commesso tale reato. Assunto che perché sussista la responsabilità dell’ente è necessaria la commissione di un reato-presupposto – per quanto esso non debba necessariamente essere accertato da un giudice –, la «colpa di organizzazione» (ragion d’essere del d.lgs. 231/2001) non è intaccata dal mutamento della persona fisica effettivamente responsabile del reato (cioè, dall’individuazione di un diverso responsabile) o dalla mancata individuazione della stessa.