Il d.lgs. n. 231/2001 ha introdotto una disciplina specifica delle sanzioni sia in ordine ai presupposti per l’applicazione delle stesse sia al procedimento applicativo. Esse possono essere disposte come misure cautelari o come sanzioni.

Il sistema sanzionatorio delineato nel d.lgs. n. 231/2001 prevede una fondamentale distinzione tra sanzione pecuniaria e sanzione interdittiva

A questa bipartizione si aggiungono la confisca (v. la voce CONFISCA) e la pubblicazione della sentenza di condanna.

  1. Sanzioni pecuniarie

    La sanzione pecuniaria, prevista dall’art. 10 del d.lgs. n. 231/2001, viene sempre necessariamente applicata ed è fondata sul sistema delle quote, definite in base a due parametri: il loro numero (in genere non inferiore a cento e non superiore a mille) e il loro importo (da Euro 258 a 1.549) (Trib. Milano, sent. 20 marzo 2007).

    Il valore delle quote viene determinato in base alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente, mentre il numero delle quote deve essere fissato in ragione della gravità del fatto, della responsabilità dell’ente e di quanto fatto per attenuare le conseguenze del reato e prevenire la commissione di ulteriori illeciti. Il giudice, quindi, svolge un’operazione di moltiplicazione, rispettando i limiti previsti dall’art. 10 (Trib. Lucera, sent. 9 luglio 2009; Trib. Milano, sent. 18 dicembre 2008).

    In una recente pronuncia, la Corte di Cassazione – analizzando le finalità della disciplina introdotta dal d.lgs. n. 231 del 2001 – ha rimarcato l’importanza del principio di «effettività» della sanzione all’ente (Cass. Pen. Sez. VI, 17 marzo 2016, n. 11442). In particolare, muovendo dagli ultimi arresti della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la Cassazione ha statuito che le mere riorganizzazioni dell’ente (nel caso di specie, una fusione societaria) e i mutamenti della sua denominazione sociale non possono sortire alcun effetto sull’applicazione delle sanzioni ex d.lgs. n. 231/2001. Se così fosse, infatti, la normativa lascerebbe spazio a una facile elusione alla «effettività» della responsabilità da reato degli enti. A tal riguardo, la sentenza in oggetto ha chiarito che è necessario «assicurare l’imposizione di sanzioni nei confronti dell’ente che abbia incorporato quello che ha commesso l’infrazione» ai sensi dello stesso decreto 231.

    L’art. 12 del decreto 231, poi, prevede la riduzione della sanzione pecuniaria quando: (i) si è in presenza di fatti di particolare tenuità ovvero l’ente abbia tenuto condotte riparatorie; (ii) oppure qualora l’ente abbia adottato il Modello Organizzativo dopo la commissione dell’illecito (v. voce MODELLI ORGANIZZATIVI).

    In caso di fatti di particolare tenuità – che si verificano quando l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo, oppure quando il danno patrimoniale cagionato è minimo – la sanzione è ridotta della metà; nell’ipotesi di condotte riparatorie (e a condizione che queste condotte siano state compiute antecedentemente alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado), l’entità della diminuzione è rimessa alla decisione discrezionale del giudice.

    Queste condotte riparatorie si possono sostanziare nel fatto che l’ente abbia risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato o comunque si sia adoperato in tal senso (così è accaduto, ad esempio, in Trib. Milano, sent. 14 febbraio 2012). Merita di essere comunque ricordato che l’ente ha in ogni caso l’interesse a porre in essere le attività riparatorie e risarcitorie poiché queste, anche qualora non determinino la riduzione della sanzione, difettando i presupposti richiesti dalla norma, possono comunque essere tenute in considerazione per la commisurazione della sanzione pecuniaria (art. 11, comma 1, d.lgs. n. 231/2001).

    L’adozione del Modello Organizzativo successivamente alla commissione dell’illecito comporta infine la riduzione da un terzo alla metà della sanzione pecuniaria. Mentre se l’adozione del Modello concorre con il compimento delle attività risarcitorie e riparatorie, la misura pecuniaria può essere ridotta fino a due terzi.

    In giurisprudenza si è affermato che, in caso di responsabilità dell’ente per reati commessi in violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro, la riduzione della sanzione in caso di adozione e attuazione di un Modello Organizzativo dopo la commissione del reato-presupposto per la responsabilità dell’ente, o prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, non può essere invocato dall’ente che, anziché il Modello di cui all’art. 30, d.lgs. n. 81/2008, ha adottato solo il documento di valutazione dei rischi ex artt. 26 e 28 (Trib. Trani, sent. 11 gennaio 2010 – v. la voce MODELLI ORGANIZZATIVI; nonché, la voce MODELLI DI PREVENZIONE SPECIALI).

  2. Sanzioni interdittive

    L’art. 9, comma 2, d.lgs. n. 231/2001, elenca le sanzioni interdittive, che possono cumularsi con le sanzioni pecuniarie, che sono invece indefettibili.

    Le sanzioni interdittive sono: l’interdizione dall’esercizio dell’attività; la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; il divieto di contrarre con la p.a., salvo che per ottenere le prestazioni di pubblico servizio; l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi; il divieto di pubblicizzare beni o servizi. Esse rivestono un ruolo centrale in quanto incidono notevolmente, con varie modulazioni, sullo svolgimento di attività tipiche dell’ente, potendone comportare addirittura la paralisi.

    Le sanzioni interdittive si caratterizzano per essere generalmente temporanee, sebbene ci siano anche alcune ben circoscritte ed eccezionali ipotesi di definitività della sanzione interdittiva (art. 16). Rispetto alle sanzioni interdittive temporanee, il presupposto applicativo per quelle definitive è costituito dalla reiterata inflizione di misure interdittive temporanee (irrogazione della sanzione per tre volte negli ultimi sette anni).

    A differenza di quelle pecuniarie, le sanzioni interdittive (temporanee) si applicano solo in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste (Trib. Milano, ord. 19 gennaio 2010) e quando ricorrono determinate condizioni. Viene richiesto (art. 13), alternativamente, che l’ente abbia tratto dal reato un profitto di rilevante entità e che l’illecito presenti un particolare contenuto di disvalore perché il reato è stato commesso da soggetti in posizioni apicale o da soggetti sottoposti all’altrui direzione, quando la commissione del reato sia stata agevolata da gravi carenze organizzative; oppure che vi sia stata la «reiterazione degli illeciti» (Cass. Pen., Sez. II, 7 febbraio 2012, n. 4703). L’art. 20 prevede che si ha reiterazione quando l’ente, già condannato in via definitiva almeno una volta per un illecito dipendente da reato, ne commette un altro nei cinque anni successivi alla condanna.

    Va chiarito che il profitto menzionato dall’art. 13 non corrisponde alla nozione di profitto cui si riferiscono le disposizioni in materia di confisca (Cass. Pen., Sez. VI, 23 giugno 2006, n. 32627 – v. voce CONFISCA).

    Si è infatti precisato che il concetto di profitto di rilevante entità: «evoca un concetto di profitto ‘dinamico’, che è rapportato alla natura e al volume dell’attività di impresa e ricomprende vantaggi economici anche non immediati, ma per così dire, di prospettiva, in relazione alla posizione di privilegio che l’ente collettivo può acquisire sul mercato in conseguenza delle condotte illecite poste in essere dai suoi organi apicali o da persone sottoposte alla direzione o vigilanza di queste» (Cass. Pen., Sez. Un., 2 luglio 2008, n. 26654).

    La giurisprudenza afferma che la rilevante entità del profitto può essere legittimamente dedotta dalla natura e dal volume dell’attività di impresa, non occorrendo che i singoli introiti che l’ente ha conseguito dall’attività illecita posta in essere siano specificamente individuati, né che se ne conoscano gli importi liquidati. Può pertanto, ad esempio, essere ritenuto di rilevante entità il profitto della società per il fatto della sua partecipazione a numerose gare con assegnazione di appalti pubblici avuto riguardo alle caratteristiche e alle dimensioni dell’azienda (Cass. Pen., 19 ottobre 2005, n. 44992).

    Volendo tracciare un’ulteriore distinzione tra sanzioni interdittive e sanzioni pecuniarie, si può affermare che le prime esaltano le finalità preventive del sistema sanzionatorio sia in termini di prevenzione speciale, in quanto interdicono o limitano per il futuro quelle attività il cui abuso ha determinato la commissione del reato sia in termini di prevenzione generale in quanto agiscono come deterrente per comportamenti che possano mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dell’ente; la sanzione pecuniaria, invece, per quanto possa essere elevata rispetto al patrimonio dell’ente, può essere percepita dall’ente come un «rischio di gestione» (cfr. Relazione Ministeriale accompagnatoria al d.lgs. n. 231/2001).

    In questo senso, la giurisprudenza ha affermato che le sanzioni interdittive costituiscono comunque «sanzioni ‘principali’, con funzione prevalentemente general-preventiva, potendo, in ragione del tipo prescelto, paralizzare l’attività dell’ente oppure condizionarne l’operatività attraverso la limitazione della sua capacità giuridica o la sottrazione di risorse finanziarie; sono inoltre sanzioni ‘speciali’ applicabili a solo alcune categorie di illecito risultando riservate, in considerazione del loro carattere particolarmente invasivo, ai casi più gravi, nella consapevolezza della limitata efficacia della sanzione pecuniaria che, per quanto possa essere adeguata al patrimonio dell’ente, finirà, comunque, per essere annoverata tra i rischi patrimoniali inerenti alla gestione; sono infine sanzioni ‘obbligatorie’ posto che, in presenza di una delle fattispecie tipicamente previste e di almeno una delle condizioni previste dall’art. 13, lettera a) e b), il giudice ha l’obbligo – e non la facoltà – di disporne l’applicazione» (Cass. Pen., Sez. II, 30 ottobre 2008, n. 45130).

    Si segnala che, proprio in considerazione dell’intrinseca afflittività delle sanzioni, il decreto 231 prevede la possibilità di disporre, in luogo della sanzione interdittiva astrattamente applicabile, il commissariamento dell’ente ove ricorrano esigenze di ordine pubblico e occupazionali suscettibili di essere pregiudicate dall’interruzione dell’attività aziendale (art. 15). Come è stato rilevato dalla giurisprudenza, invece della sanzione «idonea ad interrompere l’attività dell’ente, si prevede una sorta di ‘espropriazione temporanea’ dei poteri direttivi e gestionali, che vengono assunti dal commissario nominato dal giudice, che assicura la prosecuzione dell’attività» (Cass. Pen., Sez. VI, 22 novembre 2011, n. 43108; Cass. Pen., Sez. VI, 31 maggio 2010 n. 20560). Nel provvedere alla nomina del commissario giudiziale, il giudice, per non provocare rilevanti ripercussioni sull’occupazione, deve esaminare la possibilità di circoscrivere l’ambito di applicazione della misura ad una parte dell’attività di impresa (Cass. Pen., Sez. VI, 31 maggio 2010, n. 20560).