Particolare rilievo assume oggi la sentenza della Corte EDU del 4 marzo 2014 (Causa Grande Stevens ed altri c. Italia), in particolare per quel che riguarda il principio che opera in tema di sanzioni penale del c.d. ne bis in idem. In sede di diritto internazionale pattizio, il principio del ne bis in idem, è sancito dall’art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU, rubricato «Diritto di non essere giudicato o punito due volte», il quale, al comma 1, dispone che: «nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato a seguito di una sentenza definitiva conformemente alla legge ed alla procedura penale di tale Stato».

Il divieto del bis in idem è peraltro previsto dall’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (c.d. «Carta di Nizza»), intitolato «Diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso reato», il quale stabilisce che «nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato nell’Unione a seguito di una sentenza penale definitiva conformemente alla legge». La medesima garanzia, in ambito nazionale, è riconosciuta dall’art. 649 c.p.p. («Divieto di un secondo giudizio»), il quale prescrive che «l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dall’art. 69, comma 2, e art. 345».

La pronuncia della Corte di Strasburgo, ha affermato che il regime del doppio binario penale-amministrativo delineato dal TUF in materia di abusi di mercato viola a il principio del ne bis in idem alla luce dell’art. 4, par. 1, del Protocollo n. 7 della CEDU, il quale vieta la duplicazione di giudizi penali e amministrativi e, per l’effetto, la doppia applicazione di sanzioni penali nei confronti dei medesimi soggetti e per i medesimi fatti oggetto di sentenza passata in giudicato.

Nell’argomentare la sentenza in particolare, la CEDU ha rilevato che: (i) al fine di stabilire se i fatti su cui si è formato il giudicato sono da considerarsi i medesimi per i quali si procede in altro giudizio, occorre aver riguardo non al fatto inteso in senso giuridico, ossia alla fattispecie astratta descritta dagli artt. 187-ter e 185 TUF, ma al fatto in senso storico-naturalistico, ossia alla fattispecie concreta oggetto dei due procedimenti, a prescindere dagli elementi costitutivi rispettivamente previsti dai menzionati articoli; (ii) il presupposto al quale è collegata l’efficacia preclusiva di un nuovo giudizio sullo stesso fatto storico è costituito dal passaggio in giudicato del provvedimento che definisce uno dei due procedimenti riconducibili alla materia penale; (iii) le sanzioni irrogate dalla Consob per la fattispecie di manipolazione del mercato di cui all’art. 187-ter TUF, benché formalmente qualificate come amministrative dall’ordinamento italiano, debbono essere ricondotte alla «materia penale» agli effetti dell’art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU, e ciò in ragione sia della «natura dell’illecito» (ossia della rilevanza dei beni protetti e della funzione anche deterrente della fattispecie in questione) sia della natura e del grado di severità delle sanzioni (pecuniarie ed interdittive) previste dalla legge e concretamente comminate ai ricorrenti; (iv) nella realizzazione dell’equo processo ed allo scopo di assicurare la parità effettiva delle armi in senso sostanziale e processuale, il giudice interno, affinché la sua statuizione risulti aderente alle norme della Convenzione, deve tenere conto anche dell’elaborazione del diritto vivente quale proveniente proprio dalla Corte di Strasburgo, che della Convenzione è il più autorevole interprete.

Come ha osservato la Cassazione Civile in una recente ordinanza con cui solleva una questione di legittimità in relazione alla normativa complessivamente dettata in materia di abusi di mercato (Cass. Civ., sez. V, ord. 21 gennaio 2015, n. 950), nel caso “Grande Stevens” appare chiaro l’orientamento dei giudici di Strasburgo di rimproverare agli organi giurisdizionali la mancata applicazione di tale principio, che il legislatore nazionale ha introdotto in materia penale ma non nei rapporti tra sanzione amministrativa di natura penale e sanzione penale.

Tuttavia, alla prima concreta applicazione dei principi CEDU nel nostro ordinamento, la giurisprudenza ha ritenuto opportuno sospendere il giudizio rilevando un problema di legittimità costituzionale. Si chiede cioè alla Consulta «di verificare se il principio del ne bis in idem sancito dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (Cedu), vieti tout court di sanzionare, in diversi processi, due volte lo stesso illecito, impedendo allo stato membro di comminare una violazione amministrativa di natura penale in presenza di una sanzione penale per gli stessi fatti, o viceversa, e quindi se sia sufficiente l’astratta comminatoria di una sanzione penale a rendere illegittima la successiva sanzione amministrativa, sempre che abbia natura penale, oppure se debba, comunque, tenersi conto, nella determinazione della sanzione amministrativa, della sanzione penale, in ossequio ai principi di effettività e proporzionalità».

L’impossibilità per i giudici di disapplicare una legge dello Stato, pur ritenuta in contrasto con la CEDU, esclude, ad avviso della Corte, che la questione possa essere risolta in via interpretativa, non essendo in grado la Corte di applicare la legge nazionale conformemente alla CEDU nell’interpretazione fornita dalla stessa Corte EDU. Viene perciò dichiarata rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale riguardante l’art. 187-ter, alla luce della sentenza della Corte EDU del 4 marzo 2014, per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., anche alla luce degli artt. 2 e 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.